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Interno notte – Parte 4/6

Perché si sceglie, un testimone? Santiago del Cile. Luz Inocencia Santana Carrasco è una donna attorno ai quarantacinque anni, ironica, tormentata ma esteriormente "placida come acqua di lago visitato al tramonto". Antares è di Madrid, si trova in città di passaggio, arriva dalla Terra del Fuoco e rientrerà in Europa l'indomani. Una sola notte, attorno al tavolino di una caffetteria, scoprendo, ora dopo ora, di "essere la fine di un viaggio" che non abbiamo compiuto noi ma che ci riguarda interamente. Perché ci sceglie, un testimone?

Copertina di Giampietro Capancioni – Fotografia: Cristiano Denanni
Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

Oddio!…’” non ero riuscita a dire altro, Antares. La fissavo negli occhi verdi fra quelle rughe scavate ma dolcissime, nella penombra che era scesa, non aveva più riacceso le luci quando eravamo entrate in negozio. Il caos della strada non aveva dato sosta, il negozio più lo osservavo più mi pareva minuscolo, carico di merce quanto il bancone, non si riusciva a intravedere una parete, solo prodotti sugli scaffali, o appesi dove capitava. Kalindi si sfregava le mani lentamente, le dita invecchiate e rossastre, girandosi da una parte all’altra un anello molto bello, fine, elegante, che non avevo notato fino a quel momento. Era in contrasto netto con la realtà attorno, colma e trasandata.  

‘Era entrato in negozio una mattina per cercare qualcosa da mangiare, era atterrato da poco sa. Aveva fatto un giro al Main Bazar e poi era capitato qui. Quella era la prima volta, ecco… la prima volta che lo vedevo e la prima volta che veniva in India. Oh ma sono passati tanti anni, signora Luz, eravamo più giovani, anche se io ero più vecchia di Alvaro, di quasi dieci anni, sì, di quasi dieci anni… E dicevo… aveva dato un’occhiata, qua come vede non c’è molto spazio sa, mi guardava in modo strano, sì voglio dire in modo diretto. Oh io allora ero così bella, mi vergogno quasi a dirlo, però anche Alvaro lo era. E poi mentre pagava mi disse delle cose, domandava a che ora chiudevo e se c’era un parco qui vicino, voleva fare una passeggiata. Io allora parlavo l’inglese ma non tanto bene, sono nata nelle campagne, avevo studiato ma da bambina. Quindi non sempre capivo quello che mi dicevano le persone, se parlavano velocemente sa. Ecco, però ricordo che tornò il giorno stesso, la sera, quando aveva finito di lavorare. Dormiva in albergo, e anche se lì c’era un ristorante si prendeva qualcosa da portare in camera. Poi ho capito sa… oh mi vergogno, la verità è che avevo capito subito che lui era tornato per me, quella sera, non per comprare da mangiare… Era stato a New Delhi una settimana, quella volta. Ed era tornato qui tutti i giorni, mattino e sera, tranne due volte perché forse era andato a cena con quelli che lavoravano con lui, con… oh come si dice, con i colleghi, colleghi sì. La sera quando passava si fermava di più perché aveva più tempo, aveva voglia di parlarmi, e io come le dicevo signora Luz, non capivo proprio tutto, e lui lo notava, e mi ripeteva le cose, e poi faceva parlare me, si divertiva sa, gli piaceva ascoltarmi, diceva che gli piaceva la mia voce, oh me lo ha sempre detto… e poi voleva sapere di me, da dove vengo, dove vivo, cosa sognavo di fare. Ma io gli spiegavo che quello che faccio mi piace, ho sempre fatto questo da quando sono a New Delhi. Ridevamo sa, signora Luz, ridevamo così tanto. Lui amava farmi degli scherzi, prendermi in giro, a volte mi mettevo a cercare qualcosa per tre secondi, e quando mi voltavo non lo trovavo più. Poi sentivo ticchettare sul vetro ed era lui che lanciava dei sassolini da fuori senza farsi vedere. Ora sembra tutto vicino ma è lontano, eppure è vicino lo stesso sa… Oh io non sono brava con l’inglese neanche ora, anche se sono migliorata, però uso poche parole, lo so, me lo diceva anche Alvaro, perché sono una contadina, gli dicevo io ridendo. Ecco, io volevo dire che ora sembra tutto vicino anche se è lontano, perché forse le cose non sono mai lontane. Oh… mi vergogno perché non so spiegarlo bene! Io sono stata bella, Alvaro anche, e sono passati tanti anni da quella mattina che è entrato qui e da quei primi scherzi, ma è tutto qui lo stesso, lo può vedere anche lei signora Luz, se gliene parlo lo può vedere quel giorno, se… se sta attenta. Ecco, sa perché?, perché è tutto qui il tempo, il nostro tempo, quello bello, quello delle poche parole che poi sono diventate poche di più, come dicevo ad Alvaro scherzando, è tutta qui la vita. Oggi sono vecchia, ma sono anche giovane, perché nella vita è tutto insieme, più vai avanti più le cose sono… come si dice, una sull’altra. Io sono bambina, ragazza, donna, bella, e vecchia. Ecco… così le faccio vedere che ho imparato tante parole! Oh… mi perdoni signora Luz, mi vergogno a scherzare con chi non mi conosce, ma è più forte di me. Però è vero, la vita è tutta insieme. Alvaro diceva che i miei occhi sono una mappa, che guardandomi lui vedeva sempre un’altra via. Forse era solo innamorato, chissà… Poi partì, è chiaro, doveva tornare a Madrid. Mi aveva detto che lo avrebbero mandato di nuovo, qui in India, ma forse ci volevano mesi. Eppure sono passati quei mesi, io lo sapevo che sarebbe tornato e ho dovuto solo aspettare. Quando tornò aveva meno tempo della volta prima, ma non era un problema, perché non dovevamo più fare le presentazioni, fare finta e ricominciare da capo sa, mi perdoni quando scherzo. E quella volta una sera siamo andati al Parco Aravalli, è vicino. Abbiamo passeggiato e lui mi chiedeva di parlare ma io mi vergognavo perché sa… la lingua, però le devo dire una cosa, signora Luz, in quei mesi che lui era via avevo studiato un po’ di inglese, più che altro delle parole, anche se la grammatica la lascio libera di fare quel che vuole, come dicevo ad Alvaro scherzando. Lui diceva che era la prima volta che una persona studiava una lingua per lui. E che si sentiva commosso. Io gli dicevo no no non è il caso che piangi per questo! E mi mettevo a ridere. Tutti studiamo una lingua per chi amiamo. E quella sera per la prima volta ci siamo dati un bacio. Me lo ricordo sa. Oh mi vergogno a dirlo… Quei giorni sono passati velocemente, ci vedevamo poche ore, ma era così bello. Tutto era bello, voglio dire. Ci siamo baciati un’altra volta la mattina che lui è ripartito, prima di andare in aeroporto. Qui in negozio, dietro quello scaffale, vede? Oh mi perdoni signora Luz, conoscere Manuel mi ha fatto ricordare in pochi giorni metà della mia vita, è stata bella sa? Avevo paura di raccontare a Manuel di me e di Alvaro, sa è il figlio, eppure l’ho fatto, penso sia giusto così, lui ha viaggiato mezzo mondo per suo padre, volevo essere onesta, si dice onesta no?, sincera. Ecco… forse è più giusto sincera. Dopo quella volta Alvaro mi aveva mandato una lettera, che bello! Era la prima volta, me ne mandò altre nel tempo, ha sempre continuato a scrivermi ma poco, ogni qualche settimana o qualche mese sa. Io ero felice di aprirle, ma non le aspettavo con ansia, sapevo che potevano arrivare e quando succedeva aspettavo la sera a casa per leggerle, facevo una fatica sa, quando Alvaro tornava gli chiedevo di tradurmi le frasi che non avevo capito. E poi mi regalò questo anello, tanti anni fa, lo vede? Lo aveva comprato a Madrid. Io da allora non l’ho mai tolto, anche se le mie mani non sono mai state tanto belle, sempre a lavorare a toccare cose, non sono fatte per gli anelli, ma è un modo per pensare alla vita che mi ha regalato il destino, alle cose belle, è come una preghiera, signora Luz, lo tocco e prego per tutto quello che ho. Non passò molto che Alvaro mi parlò della sua famiglia, di sua moglie Charo e di suo figlio Manuel. Oh sapesse come somiglia al padre, sa… Lui e Charo si sposarono poco prima che lui cominciasse a lavorare per quella società. Io non gli chiedevo di sua moglie, voglio dire che non volevo che dicesse cose se non voleva, sa, ma Alvaro mi raccontava tanto. Io ascoltavo e sentivo tutto il suo affetto, ma non capivo bene. Oh mi perdoni, è difficile da spiegare con l’inglese per me, Alvaro voleva bene a Charo, ma non ne parlava con amore, come faccio a spiegare… Tu ami qualcuno, ma è una cosa, e tu hai dentro qualcuno, è un’altra cosa, e gli altri ti parlano e ti guardano e sentono anche l’altra persona. So dirlo così. Charo non era dentro di Alvaro, secondo me. Sa, io sono sempre stata qui, non ho mai cercato Alvaro, e non aspettavo le sue lettere, e non potevo telefonargli, ma a me non importava perché lui vive dentro me, oh è sempre più difficile da spiegare, vede signora Luz, dovrei studiare meglio, oramai però è tardi per i libri, mi perdoni… Tu puoi avere dentro qualcuno come fosse il tuo passato, come fosse la tua coscienza, capisce? E poi devo dirle un’altra cosa, signora Luz, io chiedevo ad Alvaro di parlarmi in spagnolo, qualche volta, è una lingua così bella, sa. Io la conosco ancora meno dell’inglese, perché non la ho mai studiata, e le parole che conosco me le ha insegnate Alvaro. Però mi piaceva sentirgliele pronunciare. Oh mi vergogno sa, una volta ho chiesto ad Alvaro di scrivermi lettere solo più nella sua lingua, in spagnolo. Capivo pochissimo, ma quando veniva qui gli chiedevo di tradurle, e così era una scusa per scrivere e leggere insieme. Oh ma mi perdoni… dicevo della sua famiglia. Ecco, invece di Manuel ne parlava come di una parte di sé. Capisce cosa volevo dire, adesso? Manuel, quando Alvaro parlava di lui, era nei suoi occhi, era nel suo tempo, era un nome diverso ma era lui stesso. Alvaro e Manuel nelle parole di Alvaro erano una persona sola. Charo no. Stiamo nella stessa casa, nello stesso letto, per anni, ma tante volte non è quello l’amore sa… E allora, dicevo, fino a che ha lavorato per quella società, ci vedevamo quando lo mandavano a New Delhi, una volta all’anno forse, a volte due. Poi è andato in pensione. Da allora quando poteva diceva che doveva fare… oh come si dice, mi sono di nuovo dimenticata… delle consulenze, giusto?, diceva quello alla sua famiglia, e veniva da me. Veniva ancora più raramente di prima, però si fermava di più. Alvaro ha conosciuto la mia casa e le mie poche cose sa. E ha conosciuto me nel tempo più bello, che attorno ai miei occhi non c’erano tutti questi segni, però la pelle era sempre la mia. Oh mi perdoni, ma se penso a quanti regali mi ha fatto Alvaro… Poi due anni fa… sì più o meno due anni fa si è ammalato. Era da tempo che non stava bene e quando ha fatto delle visite, degli… oh come si dice, degli esami, gli hanno detto che aveva un male a… oh mi perdoni, faccio fatica a dirlo bene, ai… un tumore ai polmoni. Ecco, vede signora Luz, questa cosa io so che Alvaro l’ha detta soltanto a me. Non la sapeva nessuno. E dopo poche settimane che i medici gli avevano detto della malattia, lui è arrivato qua, e mi ha chiesto se poteva rimanere con me. Aveva paura che gli dicessi no, che lo mandassi a casa. Ma perché dovevo? Non è più tornato in Spagna, aveva detto a tutti quella storia dello zio di Bordeaux, che è in Francia, giusto?, e da allora è stato con me. Non ha mai più dato notizie a nessuno. Dopo poco ha smesso con le cure perché gli avevano fatto capire che servivano solo a vivere qualche tempo di più ma non poteva guarire. Ha fatto degli incontri in città con una persona che conosco che pratica l’Ayurveda, ha provato a studiare se stesso, a cambiare i suoi tempi, le sue idee, gli spazi della sua vita, è stato meglio per qualche tempo, ha cominciato a comprendere che la vita e il corpo devono essere fedeli fra loro. Oh mi perdoni, è stato difficile vederlo capire, essere di fianco a lui mentre al mattino piangeva, quando mi diceva che era stato uno stupido a confondere le cose con la vita. Diceva proprio così, le cose con la vita. E’ stato difficile sentire guarire un uomo che stava morendo. Non so se riesco a dire… ascoltare un uomo riconoscere se stesso è sentirlo guarire, sa, anche se tutto il male vissuto è ormai più grande di lui. E’ tardi? Non è tardi? Ma cosa sappiamo noi? Forse è il nostro tempo quando capiamo chi siamo, è il tempo giusto. Quello è guarire, signora Luz, guarire da quello che non siamo. Da quando è venuto a vivere qua, non ha mai più parlato della Spagna e di Charo e… e del suo lavoro e del suo passato sa. Ecco, sembrava che la serenità fosse adesso, fosse qua, non so se era l’India o… o se ero io, se era la malattia, o se era lui. L’unica persona che nominava sempre era Manuel, gli mancava tanto, oh mi perdoni… era così triste per suo figlio. Avrebbe voluto parlargli almeno una volta, almeno a lui spiegare cosa fosse successo. E’ morto quaranta giorni fa Alvaro. Manuel ha fatto un viaggio così lungo per trovarlo, ma il viaggio più grande l’ha fatto qua di fronte a me. Non capiva quello che raccontavo, non trovava niente, non gli sembrava possibile che suo padre vivesse in due mondi diversi, così lontani, per metà della sua vita, per tutta quella di Manuel. Oh signora Luz, ci ho messo quasi un giorno a spiegargli tutto, mi bloccava sempre, mi chiedeva. Alla fine di quella giornata quando è andato in albergo era tardi, tremava, era disperato. Il giorno dopo è tornato. E ancora quello dopo. Per tre giorni mi ha chiesto tutto di questi anni, mi domandava dell’amore, continuava a pronunciare quella parola. Lei amava mio padre?… Papà era innamorato di lei?… Oh ma l’amore chi lo sa cos’è, ho detto a Manuel, l’amore può essere senza gambe ma avere le braccia e la testa… non è come i palazzi, no?… può finire quello vicino e fiorire lontano, come facciamo a capire… Noi non sappiamo il cuore cosa può fare, in quante terre può sbocciare. Siamo noi a decidere prima, ma lui decide soltanto mentre ama. È una cosa talmente grande che non siamo capaci. Oh mi vergogno sa, lo vede, non sappiamo niente di quello che crediamo, le cose a volte non sono giuste o sbagliate, sono quello che sono. Io non sapevo di essere la fine di un viaggio che non conosco, gli dicevo… La vita ha più cose da dire di me, sul nostro amore, più delle parole. Ho fatto vedere a Manuel le lettere, l’anello, la mia casa. Gli ho detto che anche se era difficile capirlo, era sempre nei pensieri di suo padre, oh mi perdoni, signora Luz, che pena ho provato, e che dolcezza vedere finalmente il figlio di Alvaro. E’ molto bello sa, come il padre. E’ fiero, è intelligente, alla fine mi ha detto che era triste perché si sono sentiti lontani tutti e due, mentre a lui avrebbe potuto raccontare le cose, che non sa se capisce… se avrebbe capito voglio dire, ma non importa, forse capire a volte non serve, ascolti e basta. Prima che partisse, mi è venuto il coraggio e gli ho fatto leggere un biglietto che mi ha scritto Alvaro pochi mesi fa. C’è scritto “Voglio morire dove sono io, dove ti amo”.

‘Ecco sa, prima di andarsene Manuel mi ha chiesto se poteva abbracciarmi, diceva che se suo padre aveva amato una vita così, voleva stringerla a sé. Io sono vecchia, signora Luz, ma la vita è stata felice con me.’

Interno notte – Fine parte 4

|14314 battute spazi inclusi – 2608 parole|

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