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Ho un’officina nella testa | Giovanni Paparcuri, la memoria di una vita accanto a Chinnici, Falcone e Borsellino

E' stato l'unico uomo della scorta a salvarsi dall'attentato a Rocco Chinnici del luglio 1983. Ed è stato voluto da Paolo Borsellino per mettere in piedi il primo sistema informatizzato per l'archivio del Maxiprocesso

Crema – E’ un senso estremo di riconoscenza il motore della missione di Giovanni Paparcuri. E’ la sensazione netta che percepisco ascoltandolo parlare, come leggendo i suoi pensieri sui social. Riconoscenza e memoria, di due uomini, di un’amicizia, di un’epoca.

Ho conosciuto Giovanni Paparcuri al Tribunale di Palermo, un giorno di fine novembre di quest’anno. Sapevo di lui attraverso giornali e televisioni, sapevo che fu l’unico uomo della scorta di Rocco Chinnici a salvarsi dall’attentato del luglio 1983, e sapevo che oggi si occupa principalmente di una memoria, che è siciliana e nazionale, indubbiamente, ma che è anche sua personale, famigliare, morale. Quella che riguarda il lavoro di una parte (cospicua) di antimafia, legata al periodo delle indagini e dei processi dei giudici Rocco Chinnici, appunto, e di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Abbiamo visitato quello che chiamano il “bunkerino”, ovvero la piccola ala protetta del Tribunale dove lavorarono i giudici uccisi nel 1992, e Paparcuri stesso. A fine giornata ebbi la sensazione che quello che Giovanni aveva raccontato a noi e ai ragazzi che ogni giorno fanno visita al ”Museo Falcone Borsellino” (nome che Paparcuri non ama) non fosse tutto. O meglio, non abbastanza. Di quegli anni e di quelle vicende, male o bene sappiamo molte cose, è vero. Ma a me interessa ascoltare il racconto di una memoria individuale, consumata com’è affianco di quella storica e nazionale. Per questo mi trovo qui, a Crema, dove ci siamo dati appuntamento per questa chiacchierata, e dove lui in serata avrà un incontro coi ragazzi di una scuola.

La caffetteria è vuota di persone ma colma di musica e rumori. Ci sediamo uno di fronte all’altro, c’è spazio per un caffè e il taccuino dove mi sono segnato tracce che vorrei fargli riconoscere. Mi piacerebbe sapere chi è Giovanni Paparcuri.

Comincio chiedendogli dove è nato e che faceva, prima di diventare un uomo legato all’antimafia...
Nasco a Palermo il 14 marzo del 1956. Quando sono nato, facevo il neonato… Non mi piaceva studiare, ho la terza media, e tra l’altro conseguita per anzianità! Provengo da una famiglia povera, mio padre era meccanico, dovevo aiutare la famiglia e stavo in officina con lui. Sono nato alla Kalsa, un quartiere malfamato di Palermo. Ci tengo però a precisare che nonostante tutto questo e nonostante fossi discolo, sono sempre stato una persona onesta. Altrimenti tu non saresti qua a intervistarmi…

Poi vinsi un concorso come motorista alle Ferrovie. Però a me piacevano le sirene delle macchine della Polizia e le blindate. Dopo l’omicidio del Procuratore Costa, cominciarono ad adottare i magistrati di auto blindate. Mi misi in testa che dovevo fare quello. 

E come ci riuscisti?
Ebbi l’occasione di fare un concorso per autisti per la guida di automezzi speciali (auto blindate). Vinsi il concorso e lasciai le Ferrovie per fare quel lavoro, per quanto molto pericoloso. Purtroppo il destino ha voluto che come primo servizio mi assegnarono il residente del tribunale, che andava solo a convegni. Litigai con la segretaria del presidente e mi assegnarono all’ufficio istruzione (non esiste dall’89). Lì ci lavoravano Falcone, Borsellino, Chinnici, ecc.. Venni assegnato al giudice Falcone. Quando lo conobbi, era l’aprile del 1982. Dopo un poco, Falcone mi chiese “lei è contento di essere qua?” Gli dissi di no, anche se ero l’uomo più felice del mondo, ma dissi così per altre questioni, non mi piaceva il modo attraverso cui ero arrivato fino lì. Così mi mandò fuori dalla stanza, poi mi richiamò, e mi chiese di farmi trovare con l’auto alle ore 14. Cominciai quel giorno a lavorare per lui, anche se non me lo disse subito esplicitamente. Successe poi che il Natale dell’82 conobbi la sua compagna, Francesca Morvillo (all’epoca non erano ancora sposati), lei salì in macchina e il giudice mi presentò dicendo “lui è Giovanni Paparcuri, è uno dei nostri”. Fu in quel momento che capii. Entrai così nel mondo della legalità, e nella vita di questi uomini, come io, nel mio piccolo, nella loro. 

L’attentato a Rocco Chinnici. La violenza di quel giorno uccise quattro persone e cambiò la tua vita.
Il giudice Falcone, in quel periodo, stava seguendo un’indagine su di un traffico di stupefacenti internazionale, e si trovava in Thailandia per un interrogatorio. Il consigliere Chinnici aveva bisogno di un autista, perché il suo in quel momento era assente per problemi famigliari. E quindi mi chiamò, Falcone gli aveva parlato di me e della mia professionalità. A Palermo negli anni ‘80 era in corso la guerra di mafia, come sappiamo. E Chinnici era nel mirino, fra le altre cose perché aveva fatto arrestare i cugini Salvo, uomini d’onore. Ovviamente nell’ambiente giudiziario non si sapeva ancora di questa “condanna”. Un mese prima della strage, in Sicilia sbarcò un libanese, un doppiogiochista, confidente delle forze dell’ordine e al contempo trafficante di stupefacenti e di armi (si parla qui di Bou Chebel Ghassan, il cui ruolo e le cui dichiarazioni nella vasta questione inerente gli attentati di mafia risulta già da allora misteriosa quanto delicata, n.d.A.). A Palermo acquistò delle armi e venne in contatto con Cosa Nostra. Attraverso questi contatti venne a sapere che stavano preparando un attentato verso un giudice, ma le sue dichiarazioni vennero sottovalutate, e a luglio avvenne la strage che uccise Rocco Chinnici, il maresciallo Mario Trapassi, l’appuntato Salvatore Bartolotta e il portiere dello stabile, Sfefano Li Sacchi. Chinnici sapeva d’essere nel mirino, ma sembrava preoccuparsi più della vita degli uomini della sua squadra che della sua. Due giorni prima della strage, infatti, ci convocò e ci disse “ragazzi, io so che mi uccideranno, ma ho paura per voi”. Ce lo disse per darci la facoltà di scegliere, potevamo restare, oppure cambiare e andarcene. Noi avevamo paura, senza ombra di dubbio, ma non ci sentivamo dei vigliacchi, lo guardammo negli occhi e gli dicemmo che saremmo rimasti con lui. La mattina del 29 luglio -siamo nel 1983- avvenne la strage. Io rimasi gravemente ferito. E fra ospedale e convalescenza ne abbi per un anno e mezzo. Dopo di che avrebbero voluto riformarmi. Io mi opposi, e dopo la lunga convalescenza volli tornare. Però non sapevo cosa poter fare. In quel periodo stavano lavorando per costituire il Maxiprocesso, che conteneva milioni di dati e una mole impressionante di carte, che i magistrati allora gestivano con appunti e scritture a macchina. Al contempo però il tribunale veniva fornito delle prime apparecchiature elettroniche. E così potei cominciare questa mia “nuova fase” professionale.

Interno del “bunkerino”

Come finisti a lavorare nel nuovo ufficio informatico?

Il Ministero fornì il Tribunale di queste apparecchiature, ma inizialmente affidò il lavoro di informatizzazione a una ditta esterna, e a Borsellino preoccupava e infastidiva questa cosa, per ovvie ragioni di sicurezza. Sapeva che a me piaceva l’informatica, così mi chiamò e mi chiese se potessi dare una mano. Provai non oltre due ore, mostrandogli i risultati. Mi vollero con loro, nuovamente. Anche se in vesti differenti. Nacque allora il sistema informatizzato per la gestione delle carte e dei documenti processuali, grazie a queste manine, grazie ai primi ingombranti computer e alla strumentazione che li accompagnava, e grazie alla riproposta fiducia di Falcone e di Borsellino. Ricordo il giorno esatto in cui cominciai ad occuparmi della banca dati: era il 16 aprile del 1985. 

Non fosti solamente un collaboratore dei giudici, ma ne diventasti amico.
Negli anni la nostra conoscenza andò lentamente approfondendosi, è vero, e nacque passo passo una bella amicizia che ci legò per il resto della vita. La banca dati era sita in un ufficio di fianco agli uffici di Falcone e di Borsellino, all’interno del cosiddetto “bunkerino”. Prima si trovavano al piano terra del Tribunale, ma vennero spostati in quella (piccola) zona che era stata preparata per essere maggiormente protetta, dotata di porta blindata e di molte telecamere di sorveglianza. Ecco perché “bunkerino”. Noi vivevamo lì dentro. Per questo potei conoscerli da vicino. La loro ironia, il loro carattere, le chiacchierate, la bottiglia di whisky nell’ufficio di Falcone, i loro pregi e i loro difetti…

Particolare della scrivania di Giovanni Falcone

Sei stato l’unico superstite della scorta di Chinnici. Dopo un’esperienza tanto grave, non hai avuto paura di rimanere in quell’ambiente?
La paura l’ho provata, eccome. Soprattutto dopo essermi risvegliato. In ospedale capivo che non sarei più potuto tornare a fare il lavoro di prima. Quando vennero a trovarmi, Falcone e Borsellino, esternai questo mio dilemma, e Falcone sorridendo mi diceva che sarebbe andato tutto bene. Ovviamente sapeva che non avrei più potuto fare la scorta, e neppure l’autista. Fu invece il Ministero che mi inflisse il colpo più duro, retrocedendomi di due livelli. Divenni commesso giudiziario. Con l’avvicinamento ai due giudici, e con la stima e la fiducia che riposero in me, sentii però che quella sarebbe rimasta la mia strada.

Parlando del tuo ritorno, e della possibilità d’essere riformato, ti ho sentito nominare più d’una volta in pochi giorni la parola “tradimento” nei confronti dello Stato. Ma tu non ti sei mai sentito tradito da esso?
No, perché lo Stato non è il funzionario che poteva avermi trattato male. Certo, mi sono sentito rifiutato da alcuni di loro, così come è venuto meno il rispetto nei miei riguardi da parte di altri. Ma non è lo Stato ad avermi tradito. Lo Stato eravamo allo stesso modo Chinnici, Falcone, Borsellino, e noi, uomini della scorta. Loro stessi avrebbero dovuto essere trattati diversamente, ora lo sappiamo. Il fatto è che io per primo mi rendo conto di sminuire, talvolta, le mie ragioni, quando parlo di tradimento. Perché mi sembra di parlare male della mia famiglia. E la mia famiglia mi ha dato da mangiare, mi ha dato fiducia, mi ha attribuito un’importanza ed un valore… Avrei potuto richiedere mansioni superiori, questo sì. Non l’ho mai fatto perché mi sembrava di richiedere un risarcimento danni ai miei genitori, capisci?

Hai parlato spesso anche di senso di colpa rispetto a ciò che avvenne per la strage di Chinnici.
La sindrome del sopravvissuto l’ho provata, so di cosa si tratta. Ora sono un po’ più tranquillo, è vero, ma magari nei momenti di solitudine, o alla sera, quando sono solo con me stesso, la domanda mi si ripropone: perché sono sopravvissuto, e gli altri sono morti? Ho la testa piena di schegge, una protesi alla mano, una spalla deformata, ma le ferite che fanno male non sono queste, ma quella domanda. I due colleghi morti avevano, sommati, nove figli… nove figli! Più i figli del consigliere Chinnici, che erano tre. Dodici orfani! E io, che non avevo figli, mi sono potuto salvare… Ecco una possibile spiegazione a questa mia vita, sia facendo la guida al bunkerino, sia andando in giro per l’Italia a parlare di legalità e di antimafia, ma soprattutto di memoria, nelle scuole o ai convegni.

A vederti fare, al bunkerino, ma anche a sentirti parlare di fronte a me, ora, mi viene da pensare alla parola “missione”…
Lo so… Vedi, io non sono un oratore, non ho studiato per questo, racconto soltanto la mia esperienza. Attraverso di essa io voglio trasmettere ai ragazzi il messaggio di non cedere ai compromessi, e di non arrendersi mai, qualsiasi cosa accada. Sì, lo so, non sei l’unico, anche alcuni di coloro che mi incontrano e mi conoscono al “Museo Falcone Borsellino”, mi dicono di questa impressione… Ma io sento di fare quello che faccio. Con tutto me stesso. Stasera parlerò, due ore, tre ore, chissà. Così come non mi sono tirato indietro quando mi hai proposto questo incontro e questa chiacchierata. Perché lo faccio? Ripeto: perché sento che è giusto farlo. Perché credo in certi valori. Per i ragazzi che mi ascoltano. Eppure, nonostante questo, ancora non è tutto. Forse lo faccio per me stesso. Lo faccio perché voglio tenere in vita quelle persone. Tu sei venuto al bunkerino, e hai visto che nell’atrio prima dell’ingresso ci sono due statue raffiguranti i giudici. Ecco, forse io lo faccio anche per non farli diventare davvero delle statue. Non sono stati eroi, sono state persone. Questo concetto è fondamentale da tenere a mente. Loro hanno indossato una toga, io ho giurato sulla Costituzione. Si fa il proprio dovere, per se stessi e per gli altri. E ora, attraverso le mie parole, e attraverso il vostro aiuto, mi aiutate a tenerli in vita. 

Come sono stati gli anni fra il tuo rientro al lavoro e l’attentato a Giovanni Falcone? In una intervista a “I Siciliani”, Rocco Chinnici disse: “La mafia è stata sempre reazione, conservazione, difesa e quindi accumulazione della ricchezza. Prima era il feudo da difendere, ora sono i grandi appalti pubblici, i mercati più opulenti, i contrabbandi che percorrono il mondo e amministrano migliaia di miliardi. La mafia è dunque tragica, forsennata, crudele vocazione alla ricchezza. […] La mafia stessa è un modo di fare politica mediante la violenza, è fatale quindi che cerchi una complicità, un riscontro, una alleanza con la politica pura, cioè praticamente con il potere. Se lei mi vuole chiedere come questo rapporto di complicità si concreti, con quali uomini del potere, con quali forme di alleanza criminale, non posso certo scendere nel dettaglio. Sarebbe come riferire della intenzione o della direzione di indagini.” Questa dichiarazione ci porta dentro alla grande questione della “trattativa” Stato-Mafia. In quegli anni, questa sensazione di connivenza tu la sentivi, la palpavi? 
Io l’avvertivo attraverso gli attacchi che subivano i giudici, gli ostacoli che ponevano i politici. Sappiamo che la mafia è un bacino di voti molto importante. Quando i giudici indagavano sui colletti bianchi, la politica, ovviamente, li osteggiava. Ora qualcosa è cambiato, anche nella strategia. Prima era il mafioso a cercare il politico, ora sovente è il contrario. La mafia non è solo Riina con la coppola, ricordiamolo. Noi facciamo tanta antimafia, ma a volte la mafia sta anche lì dentro. Essa può annidarsi in tante questioni, in parole, impressioni, particolari. Eccome se furono anni duri. 

Rocco Chinnici

A proposito dell’aria che si respirava, ci fu il caso di una lettera inviata al Giornale di Sicilia da una cittadina di Palermo, Patrizia Santoro, una signora che scrisse parole irrispettose, a mio modesto parere. Era il 1985: “Sono una onesta cittadina che paga regolarmente le tasse e lavora otto ore al giorno. Vorrei essere aiutata a risolvere il mio problema che, credo, sia quello di tutti gli abitanti della medesima via. Regolarmente tutti i giorni (non c’è sabato e domenica che tenga), al mattino, durante l’ora di pranzo, nel primissimo pomeriggio e la sera (senza limiti di orario) vengo letteralmente «assillata» da continue e assordanti sirene di auto della polizia che scortano i vari giudici. Ora io domando: è mai possibile che non si possa, eventualmente, riposare un poco nell’intervallo del lavoro o, quantomeno, seguire un programma televisivo in pace, dato che, pure con le finestre chiuse, il rumore delle sirene è molto forte? Mi rivolgo al giornale, per chiedere perché non si costruiscono per questi «egregi signori» delle villette alla periferia della città, in modo tale che, da una parte sia tutelata la tranquillità di noi cittadini-lavoratori, dall’altra, soprattutto, l’incolumità di noi tutti che, nel caso di un attentato, siamo regolarmente coinvolti senza ragione (vedi strage Chinnici). Non mi si venga a dire di cambiare appartamento (e quindi via), perché credo sia un sacrosanto diritto di ogni cittadino abitare dove meglio crede, senza, però, doverne subire conseguenze facilmente evitabili.

Leggere questa lettera oggi, fa sussultare…
Questa signora era vicina di casa del giudice Falcone. Forse avrebbe potuto andare direttamente da lui, chiedere di parlargli, sono convinto che lui avrebbe accettato di buon grado di farlo. E le avrebbe mostrato come viveva, cosa significava quella professione, lavorare in quel modo, il bunkerino, la scorta, una vita limitata in tutti i suoi aspetti. Quella lettera arrivò dopo l’omicidio Chinnici. Che quando andavo a prenderlo a casa per portarlo in ufficio, mi faceva usare la sirena meno possibile. Due anni prima di quella lettera, il Ministero inviò una circolare dove ci avvisavano che le macchine blindate erano un colabrodo, e ci imponevano di correre e di stare fermi il meno possibile. Io comunque sono convinto che la lettera della Santoro, Il Giornale di Sicilia non avrebbe dovuto pubblicarla. Il giudice Falcone viveva blindato anche per quella signora…

Quello che più fece male a Falcone, però, fu l’articolo di Sciascia. Sul quale è stato detto e scritto davvero di tutto. Ora non mi dilungherò. Ricordo però d’averlo visto piangere, in quel periodo. Furono anni durissimi. Voleva andarsene. Gli scrissi chiedendogli di non farlo, lo pregai, ma non a nome di Giovanni Paparcuri, ma a nome di un comune cittadino palermitano. Lui lesse quel mio messaggio, e da buon timido quale era, non disse nulla. Abbassò la testa e uscì dall’ufficio… 

Fotografia dei giudici Falcone e Borsellino – Parete nel corridoio del ”bunkerino”

Sono interessati, sono attenti i ragazzi che vengono al Museo?
Una buona percentuale è veramente interessata. Non è un Museo, per me, ma un luogo di scambio di informazioni, e spesso anche di emozioni. Io infatti domando sempre, all’inizio, a ciascuno, il motivo per cui si trova in quel posto.

E’ rimasta la tua passione per l’informatica?
In qualche modo, sì. All’epoca l’informatica non era affatto semplice, anche per gli utenti. Io sono autodidatta, tra l’altro. Oggi, come sappiamo, è cambiato tutto. Per quello che riguarda i social, non riesco a vederli esclusivamente di buon grado, ma l’uso che se ne fa, ovviamente, dipende da ciascuno di noi.

Come è messa oggi l’antimafia, dal tuo punto di vista?
La mafia non è sconfitta. Ha cambiato strategie. Estorsioni traffico di droga, sbarchi clandestini… L’antimafia di allora mi pareva più genuina. Ma è certo un discorso complicato, per carità. Eppure anche l’antimafia, come la mafia, può annidarsi ovunque. Tu stesso hai speso del tempo e dei soldi, per venire qui e intervistarmi, per approfondire, cercare informazioni e articoli, dati, e per diffondere la mia storia. Questo non è poco. Anche questo, in qualche modo, è antimafia.

Il Giovanni Paparcuri scorta, e poi il fondatore e responsabile della banca dati del Tribunale, e poi l’amico dei giudici, si è mai sentito solo?
L’avvocatura di stato, dopo l’attentato Chinnici, avrebbe dovuto assistermi e non lo fece. In questo senso, sì. Se penso alla volontà iniziale di riformarmi, e a tutte le questioni che ruotano attorno a quel periodo, soprattutto, sì. Ma se penso a chi avevo alle spalle, le persone con cui collaboravo, al grande lavoro di allora, che era corale, per volere preciso di Falcone stesso, mi rendo conto che non lo ero. 

Pensi che la tua “missione” andrà avanti ancora, o sai che un giorno metterai la parola fine?
Fino a che avrò tempo e voce, vorrei continuare, fino a che troverò delle risposte negli occhi e nei commenti delle persone. Quando capirò che non avrà più senso, lascerò…

Una volta spenta telecamera e registratore, faccio per mettere tutto in borsa, continuando a chiacchierare. Nel frattempo diamo un’occhiata agli smartphone, io spulcio il taccuino con gli appunti presi, lui ha il suo sigaro sempre in mano. Gli chiedo come sta…

Vedi, io ho un’officina nella testa. Da quel giorno del 1983 sento un rumore continuo, un sibilo, dormire e rilassarmi completamente è complicato. Devo andare a letto con la TV o la radio accese, perché ho bisogno che ci sia un suono che copra questa officina… Mi è stato consigliato di tutto. Fino a che un giorno qualcuno mi disse di leggere un Topolino e di fumare un pezzo di sigaro, prima di andare a dormire. Vuoi sapere il risultato? Ho la casa piena di topolini!

Poche ore dopo questa chiacchierata, leggo sull’account Facebook di Giovanni Paparcuri un post scritto da lui, di getto. E capisco, una volta ancora, una volta di più, che il dolore, la memoria, e forse la sua stessa “missione” gli hanno riservato un disegno che è ancora aperto, come lo è, del resto, e fino all’ultimo, la nostra vita:

“Dopo la manifestazione che si è tenuta alla caserma Lungaro mentre stavo andando via, sono stato fermato da questo signore visibilmente emozionato e con le lacrime agli occhi. Io non lo conoscevo, né riconosciuto. Bene, è quel vigile del fuoco che vedete nella foto intervenuto con i suoi colleghi dopo l’esplosione dell’autobomba che uccise quel 29 luglio 1983 il consigliere Rocco Chinnici, il maresciallo Mario Trapassi, l’appuntato Salvatore Bartolotta e il portiere dello stabile, Sfefano Li sacchi. Come si sa io sono rimasto ferito e lui oggi mi ha raccontato tra le lacrime che quella mattina quando mi ha visto a terra pieno di sangue e gravemente ferito è scoppiato a piangere, perché io gli dicevo di aiutarmi e che non volevo morire, ha pianto anche di rabbia, così come mi ha raccontato, perché oltre a rassicurarmi che non sarei morto, non gli hanno permesso di spostarmi e portarmi in ospedale in quanto si aspettavano le ambulanze, che poi alla fine arrivai al pronto soccorso caricato su una volante. Io purtroppo mi ricordo soltanto di avere provato belle sensazioni e subito dopo queste sensazioni ho avuto una tremenda paura di morire.

Questo è l’incontro di oggi con V. Vitrano, il vigile del fuoco.

P.S. Lo so che ci sono errori nel post, forse più delle altre volte, e prima che si scatenino le critiche, io so scrivere così e per me le emozioni è difficile trasmetterle attraverso dei caratteri.”

Immagine della strage del luglio 1983 che uccise Rocco Chinnici. In primo piano, di schiena il vigile del fuoco V. Vitrano. Questa fotografia è appesa alla parete dell’ufficio di Giovanni Paparcuri all’interno del “bunkerino”
Vitrano e Paparcuri oggi, dopo la manifestazione alla caserma Lungaro


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