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“Non ci si può sbarazzare dell’ombra…” | Troppo lontano per andarci e tornare

Un romanzo che si legge appoggiati a quella parete della nostra anima che tenta di arginare l'apparente ineluttabilità di un realismo esasperato, le cui pagine si voltano con il piacere di piccoli sorsi di vino, lentamente, non per esaurirle, ma per riempire il palato di aroma, ritmati da un linguaggio sapiente e filologico. Un'intervista con l'autore, Stefano Di Lauro

Una storia di saltimbanchi e circensi, anime nomadi ostinate e melanconiche, unite a volte sembra quasi dalle proprie stesse solitudini, eppure -o forse proprio per questo- illuminate da una fiaccola di candore e meraviglia. E’ la compagnia Au Diable Vauvert, che dalla Francia, e dall’ultimo giorno del 1899, salpa alla ricerca del suo Nuovo Mondo. Non prima però d’aver meravigliato spettatori piccoli e grandi, comuni o speciali (come Marcel Schwob, per esempio), in lungo e in largo per la Francia, soprattutto quella del sud e dell’ovest della Camargue e della costa basca, ma anche l’Île-de-France, fino ad avvicinarsi, ma senza toccarla, alla capitale.

E’ una compagnia di “amicizie complici e amorevoli” che vive sotto lo stesso chapiteau, che soffre aspira sogna e arranca, costituita di corpi e anime spesso differenti dalla realtà circostante, il cui nomadismo porta a scoprirsi l’un l’altro passo passo, con lentezza, e mai del tutto. Troppo lontano per andarci e tornare (edito da Exorma) è una tenda scostata sulle quinte di una famiglia non consanguìnea che prova ed eccelle, che capitombola e si accetta, che si meraviglia -prima di meravigliare- e comprende, ogni giorno, che per funzionare molti numeri, come molte cose della vita, non possono ma soprattutto non devono essere svelati del tutto.

Un romanzo che si legge appoggiati a quella parete della nostra anima che tenta di arginare l’apparente ineluttabilità di un realismo esasperato, le cui pagine si voltano con il piacere di piccoli sorsi di vino, lentamente, non per esaurirle, ma per riempire il palato di aroma, ritmati da un linguaggio sapiente e filologico. Ci sono pagine che sanno di sabbia bagnata in ottobre, e altre di quando da bambini non si voleva andare a letto, perché stasera è piena di cose belle.

Mi è capitato di terminarlo un mattino all’alba, nel momento in cui l’Holy Steam, il vapore sul quale i circensi viaggiano fra l’Europa e Buenos Aires, sorpassa l’Equatore, una linea talmente immaginaria da dividere perfettamente in due il nostro mondo. E si è rivelato il momento migliore per non concludere il viaggio…

Ne è autore Stefano Di Lauro, che ho avuto modo -e fortuna- di raggiungere per porgli una serie di questioni che nella mia testa sbocciavano durante la lettura. Ecco cosa mi ha raccontato:

Au Diable Vauvert è una compagnia di saltimbanchi, persone stravaganti ed eccezionali, come bellissimi -e a volte malinconici- scherzi della natura e ciascuno della propria genealogia. Un cosmo che col procedere dei capitoli si allarga di qualche unità, e quindi di alcune specialità. Tra musica, salti mortali, nessuna rete di protezione, “amicizie complici e amorevoli più che amori come li raccontano nei libri”, pagina dopo pagina si viene accompagnati per mano dentro alla balena che è lo chapiteau dei loro numeri e dei loro umori, in un tempo sospeso e dedito alla meraviglia. Talvolta questi “mondi”, chi scrive, se li porta dentro a lungo, prima di riversarli sulla carta. È stato così anche per lei? Com’è andata la gestazione del romanzo?

È impossibile fuggire da una vita trascorsa tra musica, palcoscenici e parole per diversi decenni. Parlava di “mondi”, giustamente. Cioè mondi estetici, biografici: scelte artistiche, di vita e relazionali in qualche modo sempre connesse tra loro perché, vede, è fatale che ogni scelta etica rispecchi una certa estetica e viceversa. Ecco, questi “mondi” li abito e mi abitano da sempre. Non è un gioco di parole, credo che in taluni casi sia possibile un rapporto di totale reciprocità tra soggetto e oggetto. La gestazione, come spesso, è la summa di riflessioni e occasioni. Sincronicità, insomma, corrispondenze né causali né casuali. Accade, tutto qui. A un certo momento accade che si crei un appuntamento non cercato tra pensieri, ricordi, incontri, visioni, desideri, spunti narrativi quarantenati in un cassetto da chissà quanto. Il motivo più remoto risale addirittura all’infanzia, quando vidi una vera balena impagliata. Girava l’Europa su un rimorchio enorme, era lunga 22 metri. Quella visione ha segnato irrimediabilmente il mio immaginario, che in seguito si sarebbe arricchito di altri temi portanti come il femminile e la diversità in senso lato. Nel romanzo la diversità si mette in gioco come premessa di un certo talento, o di un talento certo. Ho cercato di raccontare il femminile attraverso la voce di donne fisicamente discordanti dalla normalità anatomica.

Poi devo confessarle che ho un’istintiva attrazione per nomadi e apolidi e che, fra l’altro, quando lavoravo all’estero stavo per metter su un teatro itinerante, circense al modo del nouveau cirque: cameristico, senza animali e fatto di musica e di piccole narrazioni poetiche concatenate; insomma, proprio quel che mi è piaciuto attribuire alla compagnia del mio libro. Il nome del circo, Au Diable Vauvert, è una locuzione francese che designa luoghi vaghi, lontani: un po’ come il nostro “in capo al mondo”. E il titolo del romanzo, “Troppo lontano per andarci e tornare”, se si vuole è un altro modo di dire Au Diable Vauvert. Una lontananza che è condizione dell’anima, d’un sentire poetico sognante, ecco, per dirla con l’imbonitore del Diable: “Al primo buio vi capiterà d’essere inghiottiti da una balena, nel cui ventre, grande più d’un padiglione, accadono eventi portentosi, in virtù dei quali ciascuno farà esperienza di quel che ha scordato nella culla.”

Dalla festa dei gitani di maggio in Camargue a Biarritz, dalle porte di Parigi ad echi di deserto algerino, alla stiva del vapore Holy Steam che attraverso l’Atlantico accompagna il Diable dal vecchio al nuovo mondo, a Buenos Aires e Montevideo, si rispecchia, e forse si contorce su se stessa, un’epoca al suo sfiorire per -forse- rinascere con un’altra pelle e in un’altra forma. Il lettore s’incammina, assieme ai suoi piccoli antieroi, al 31 dicembre 1899, che nello spazio sembra corrispondere all’Equatore in pieno Atlantico. Si ha la sensazione che tutto finisca ma persino che tutto possa essere stato irreale, eppure non meno vero, meno vivo. Le arti, e i circensi attraverso di esse, sembrano essere quella “sovrastruttura” senza la quale il mondo non riuscirebbe a realizzarsi in meraviglia, fosse anche per un istante soltanto, e in fin dei conti non avrebbe altrimenti gran che da raccontare…

Nel libro dico infatti che “senza storie, forse non potremmo esser sicuri di nulla”. Ci sono arti semantiche e asemantiche. La musica, ad esempio, che ha l’immensa virtù di non significare un accidenti, riverbera istanze pschiche e vibrazionali che riguardano un inconscio collettivo e primordiale.

Quanto all’arte che produce senso, e penso alle narrazioni, mi limito ad osservare che qualunque ideale, politico o religioso che sia, non sarebbe esistito senza un racconto “leggendario” ripetuto ossessivamente. In generale non amo il realismo. Il reale, diceva Cioran, è un’opinione degenerata in certezza. Di rimando Fellini diceva che l’unico vero realista è il visionario. A me interessa ciò che produce riflessione smarginando: Borges, Kafka, Marquez, Perutz, Eggers, Gilliam, insomma, quella scrittura narrativa e scenica che può collocarsi nel solco del cosiddetto “realismo magico”. Penso che la sostanza delle arti (e non dell’intrattenimento, di questi tempi, ahimè, sempre meglio precisare) si misuri nella sua capacità di comunicare senza mediazione con alcuni aspetti non coscienti della sfera mentale dell’individuo.

Mi sembra persino superfluo aggiungere che il XX secolo ha accelerato un processo di disequilibrio psichico complessivo negli esseri umani e quindi nelle dinamiche sociali; un processo dapprima legato alle contraddizioni dello sviluppo economico, dappoi assoggettato all’incremento vorticoso della tecnologia, della biologia, dell’informatica e così via. La sensazione, oggi, è che tutto sia concretamente possibile, e come osserva Galimberti, la dimensione del possibile implica una reversibilità, tale che ogni scelta, ogni azione, sia potenzialmente “revocabile”. È folle, siamo all’annichilimento del desiderio, siamo alla diserzione del/dal simbolico.

Pensi che stanno “globalizzando” anche il gusto del vino. Perché un vino europeo possa ambire all’esportazione deve avere certe caratteristiche organolettiche, la prima delle quali è non avere troppo carattere. Insomma, tempi duri sia per i viticoltori che per i bevitori. È la solita storia: valore d’uso (personale, estetico, emotivo) vs valore di scambio.

Tutto ciò detto, dovrebbe esser chiaro il perché metto in viaggio i personaggi di “Troppo lontano per andarci e tornare” il 31 dicembre 1899.

Alla festa dei gitani di Les Saintes Maries de la Mer, in Camargue

Lei è autore, regista teatrale e compositore. L’afflato del teatro, il suo sentore, è onnipresente nel romanzo. Lo è in alcune ambientazioni, nelle discettazioni di certi personaggi, nella vividezza della padronanza linguistica che lo rappresenta. È il palco, insomma, di ben più che una rappresentazione, bensì dell’intera vita dei nostri piccoli grandi nuovi amici. Una dichiarazione d’amore al teatro, che sa essere stupita e consapevole al contempo. Ma proprio da quella consapevolezza sembra emergere un grido d’aiuto…

Aiuto? E a chi? Può solo emergere un invito alla costituzione di una riserva indiana… In questa era, l’arte possente può solo esistere come fenomeno minoritario, nel senso di Deleuze, dico. Da sempre il pensiero maggioritario è un colossale equivoco, proprio come le rivoluzioni. Per di più oggi non è possibile chiedere ai fruitori una maggiore attenzione su alcuni prodotti culturali rispetto ad altri. È tutto orizzontale. Le cose più eversive si possono ottenere attraverso il buonsenso di singoli individui. Le nostre intelligenze sono quotidianamente derise, insultate. Io ho vergogna d’essere un terrestre, ecco.

È la ricerca di un equilibrio tra forme di rappresentazione differenti, quello cui ambiscono i saltimbanchi del Diable. Alla meraviglia, alla bellezza, la parola, da sola, come anche i dialoghi, non bastano. Debbono concedere il giusto spazio alla vista, come ai sensi tutti. Mirabile è l’accenno al Gautier della Storia dell’Arte Drammatica in Francia: “Il Circo dimentica d’essere innanzitutto uno spettacolo per gli occhi”. Mirabili, tuttavia, mi permetto, le sue stesse parole: “vagheggiava uno spettacolo di numeri circensi, pantomime, musiche, canzoni, giochi d’ombre; pure vagheggiava che questi ingredienti si intrecciassero tra loro, senza presentazioni, imbonimenti, inopportune interruzioni. Vagheggiava la fatamorgana, la grande illusione…” E’ per questo -mi azzardo- che il Di Lauro regista, forse, non si basta e cerca lo scrittore, che forse non si basta e cerca il compositore?…

Ci ha preso, io non mi basto mai, e per di più mi manco. La gente non si manca, o meglio, non si accorge di mancarsi. Il gioco dei 15: 15 tessere mobili numerate in un quadrato fatto di 16 campi; solo uno spazio libero per poterle mischiare e riordinare in successione numerica. Bene, se non ci fosse quel vuoto non ci sarebbe gioco. Gli è tuttavia che quella lacuna è spazio assai ambiguo per chi si accorge di mancarsi. Indispensabile per la creazione, intollerabile al di fuori di uno spazio creativo. È la ferita primigenia, il peccato originale, la lingua mancata degli angeli, le storie che non furono mai. E a nulla vale l’utopia dell’arte totale tanto sponsorizzata da Wagner. La teologia negativa aveva fornito una risposta prima ancora che fosse formulata l’idea della Gesamtkunstwerk (l’opera d’arte totale). La soluzione teologica è “togliere per significare”: intesa cum grano salis, è un monito sulla pericolosità degli accumuli.

Ora, nel mio caso, non ho mai pensato a un oggetto estetico fatto di testo + teatro + musica. Io parto sempre e solo dalla musica, anzi dalla musicalità. La poesia è certamente il trait d’union per eccellenza tra musica e parola. Oltre la poesia però c’è la prosa e ci sono le immagini alle quali m’accosto per il tramite di concetti musicali: ritmo, melodia, armonia, timbro, agogica. Il prodigio sta nel trasformare un’addizione di arti in una sintesi. Per puro amor di cronaca, aggiungo di sentirmi un privilegiato per aver potuto sguazzare con profitto in domini diversi.

C’è sapienza, nella sua scrittura, nella descrizione di molteplici ambiti, come anche di piccole azioni: la preparazione del pane all’interno del carrozzone, per dire, le tecniche di addestramento degli orsi, la scena della provocata montata lattea di Antoinette, l’atmosfera che si respira dalle parti di Arles che, da frequentatore abitudinario delle zone, ritrovo con “verismo”, ecc… Quanta parte vi è di ricerca, per la sua stesura, quanta di esperienza, quanta di “presa diretta”, diciamo così?

Ci sono stati mesi e mesi di ricerche, mi sono molto divertito. E poi una vita intensa, questo sì. Comunque è sempre questione di empatia. Provo a spiegarmi. C’è gente che impara solo da ciò che ha vissuto in prima persona, si pensi alle pene d’amore (e ciò malgrado ripete compulsivamente gli stessi errori). Io imparo anche solo guardandomi intorno, ascoltando. Assorbo e immagino, non mi riesce difficile, del resto il teatro è fatto di questo. Certe verosimili “prese dirette” sono solo frutto di empatia. Di solito la vita si tende a valutarla in termini di durata, per me invece conta la larghezza.

“Far dormire il talento è come gettar via del pane appena sfornato” (…) “Il bene che vogliamo a qualcuno non sempre corrisponde a quel che sarebbe bene per l’interessato” (…) “Gli disse che era molto orgoglioso di lui e che non si aspettava che seguisse le sue orme. Gli disse che lo scopo della vita è di rendere perfetto quel che si ama. Gli disse che non sapeva d’un solo genio che a un certo punto della sua vita avesse smesso di studiare. Gli disse che non tutta la bella musica che si fa nel mondo viene trascritta sugli spartiti. Gli disse che a Biarritz si suona per i turisti mentre a Parigi si suona per suonare. Gli disse che non doveva permettere alle difficoltà di privarlo dei suoi sogni. Gli disse che gli avrebbe dato i soldi necessari, che doveva farsi bastare, e che lo avrebbe aspettato a braccia aperte.” Il romanzo è intriso di senso di libertà, ovvero di consapevolezza della propria volontà. Vale, grossomodo, per tutti i personaggi del Diable. Sarebbe una rivoluzione culturale, quantomeno in Italia, appropriarsi di questa consapevolezza…

Non so se “volontà” sia il termine più appropriato. Direi piuttosto “determinazione”. Sarà che la parola “volontà” tendo ad associarla alla voluntas schopenhaueriana. Si può essere determinati nel proteggere la propria libertà, ma non per questo volitivi sino al punto da credere che la volontà basti da sola a governare l’esistenza. Le cose più interessanti della vita accadono senza il concorso della volontà. Sì, penso che bisognerebbe essere più consapevoli di questo.

Lo chapiteau del Diable non è solamente la struttura entro la quale i circensi si esibiscono, ma anche e soprattutto lo spazio nel quale, poco alla volta, e comunque mai del tutto, essi vengono a galla, in superficie, ciascuno di fronte agli altri. Il loro passato, sconfitte contraddizioni testardaggini. Dopo anni di amicizia e affiatamento, capita che scoprano episodi fondanti della vita dei propri compagni di avventura. Succede nel circo, succede nella letteratura, succede nella vita. Ha scoperto qualcosa anche di sé, svelandoli?

Mi piace molto il fatto di non dirsi sempre tutto, almeno non tutto in una volta… Così come mi piace il fatto di non sapere tutto delle persone di cui m’importa. Ogni storia trova il suo giusto tempo. Non credo affatto che il sapere, il sapersi, servano a corroborare significativamente la fiducia e la confidenza fra persone. Ma venendo alla sua domanda: tra memoria e immaginazione c’è una linea sottilissima; che tuttavia permette scoperte tangibili a partire da assunti incerti se non completamente visionari. Ecco, io ho scoperto storie impensate che già m’appartenevano.

Giostra in Camargue

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