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Quando facevo ritratti fotografici solo a pellicola e lo studio era camera mia…

Il racconto della mia prima reflex analogica e della mia cameretta per ricordarmi l'entusiasmo e l'ispirazione, la fatica, il disordine, l'approssimazione e la voglia di fare qualcosa di bello. Per evitare la tristezza di eseguire soltanto un mestiere, un ordine prestabilito. Dobbiamo scegliere ciò che vogliamo

Tante volte le opere migliori le realizziamo quando non siamo professionisti. Qualcuno potrebbe interpretare questa frase come una leggerezza, se non addirittura come un luogo comune, ma per quanto mi riguarda non lo è affatto.

Il fotografo professionista di là da venire…

Amatoriale è un termine che non mi piace, è vero. Ma il succo è che sino a quando non sei, o non sei troppo, coinvolto da altri fattori, economici, di dovere, di abitudine, quel che fai è sostenuto esclusivamente dall’intenzione, dalla libertà, dalla passione. E quest’aria si percepisce, nel risultato.

Detto questo, non voglio sostenere che l’opera di un professionista debba essere necessariamente priva di quell’afflato, di quella leggerezza e spontaneità che spesso permea l’amante ed il suo operato. Sono semplicemente condizioni, predisposizioni dello spirito e delle nostre capacità, differenti.

L’entusiasmo può risultare il medesimo, e per molti è così. Ma quell’entusiasmo, ed è questo che voglio dire, bisogna “esercitarsi” a conservarlo. Ebbene sì. Si tratta di impegno. Si tratta di consapevolezza. Basta poco a farsi trascinare dalla routine, dal mestiere, e da quell’altra piaga che miete vittime in ogni ambito del nostro quotidiano: la scontatezza.

La mia prima fotocamera reflex fu una Yashica FX 3 Super 2000. A pellicola, ovviamente (oggi si dice analogica), il digitale si sarebbe affacciato -timidamente- al mondo della fotografia dopo qualche anno.

Me la regalò mia madre, se non sbaglio per il mio quindicesimo compleanno. E i miei modelli prediletti erano gli angoli della mia città (Torino) e le mie amiche, che si facevano realizzare il primo book fotografico della loro (e della mia) vita fra le mura della mia camera, per fondale la libreria con i titoli dei miei genitori (cominciavano ad esserci anche i miei eh… s’affacciava allora anche la mia passione per la letteratura sudamericana?), oppure una tenda nera che avevo comperato appositamente, e come illuminazione dei faretti da 25 watt con maniglia a pinza, li collocavo dove riuscivo, ai ripiani della libreria, allo schienale della sedia, a volte addirittura li sorreggevo io stesso!

Ritratti vintage Fotografo primi piani
Uno dei miei primi scatti “casalinghi” con pellicola bianco e nero

Quando sei al principio, come si diceva, o quando sei in ristrettezze, ti ingegni come puoi, a volte con idee avventurose o scapestrate, ma lo spirito e i risultati (alterni, come tutto) sapranno ripagarti!

Il bianco e nero, per inciso, rappresentava l’80% circa degli scatti che realizzavo.

Provate ora a immaginare i miei primi servizi matrimoniali analogici! All’epoca era ancora lontano da venire il fotografo professionista con partita iva, ero uno studente che si procacciava i lavori tramite conoscenti, o, come si dice, gli amici degli amici.

Così mi ritrovai a realizzare matrimoni solo soletto, con tutta la paura di sbagliare chissà cosa (ad esempio aprire lo sportello dell’alloggiamento della pellicola, senza averla riavvolta…), oppure uno scatto buio o sovraesposto e non potermene accorgere se non a giochi fatti! Sì perché oggi, anche se approssimativamente, vediamo subito se lo scatto è riuscito. Allora bisognava attendere i provini

Eppure è stato in questi modi, che mi sono fatto le ossa!

Provini fotografici

Ebbene, in quelle prime improvvisate pionieristiche, in quei tentativi “pinzati” come i miei faretti, s’intravedevano però i semi dei generi fotografici che amo di più, e che all’epoca potevo solo percepire:

  • il ritratto fotografico
  • il reportage di viaggio e sociale
  • la street photography

Con strumenti e processi lavorativi differenti, certo, questi ambiti rispondono però tutti a un’unica esigenza: raccontare storie con le immagini e le fotografie.

Oggi tutto ciò viene definito anche (inglesizzando) storytelling fotografico.

Un esempio calzante, fra i tanti, potrebbe essere quello del reportage sulla festa dei gitani, che si svolge ogni anno (tranne questo, per ovvie ragioni legate alle regolamentazioni sugli assembramenti) nel mese di maggio a Les Saintes Maries de la Mer, in Camargue, nel sud della Francia.

In realtà raccontare una storia è l’esigenza primaria. Lo strumento -fotografia, video, scrittura, ecc…- in quest’ottica diviene secondario. Non perché non sia importante, ma perché è il racconto, e non il mezzo attraverso cui lo si pratica, ad esigere attenzione.

Voglio aggiungere una cosa, una piccolissima riflessione su di un aspetto a cui tengo molto: se volete raccontare una storia, una vicenda, un evento, o denunciare qualcosa che vi sta particolarmente a cuore o che vi fa soffrire, fatelo perché ci credete, prima di tutto! Non assecondate una moda, un periodo, una tendenza o, peggio, un algoritmo.

Certo, se è la redazione di un giornale o di una emittente a inviarvi, dovrete fare i conti anche con le richieste o le eventuali aspettative.

Ma per il resto, quando scattate una fotografia, girate un video, immortalate una persona dentro la vostra composizione e nel suo mondo, fatelo con il vostro desiderio, non col presunto desiderio di un qualche pubblico da assecondare. 

La spontaneità, l’onestà, sono essenziali. Altrimenti si rischia di eseguire un programma, anziché creare qualcosa di vero.

ritratto in bianco e nero festa dei gitani in Camargue
Alla festa annuale degli zingari, Les Saintes Maries de la Mer, Camargue, Francia

Tornando al discorso, naturalmente ognuno degli ambiti di cui abbiamo parlato si suddivide in molti altri generi specifici, che tratto o seguo a seconda delle necessità, delle richieste e ogni volta che posso… dell’ispirazione. Tra i più interessanti ci sono:

il ritratto vintage, gli shooting di nudo artistico, la fotografia di strada, i grandi landscape (in viaggio)…

La fotografia, insomma, va avanti, le tecnologie, gli stili, le richieste del pubblico, le mode. Ma quello che è più importante è che chi ci lavora sappia mantenere la propria personalità pur attraversando i tempi.

I servizi fotografici professionali e i ritratti di oggi sono figli di quel ragazzo e di quegli esperimenti…

Ma torniamo a quella cameretta e a quelle pellicole. Che fine han fatto gli esperimenti di allora?

Bè, alcune di quelle fotografie finirono addirittura all’interno di esposizioni fotografiche degli anni a venire! Altre, non poche, non solo rimangono nel mio archivio, ma le utilizzo ancora oggi nei miei canali social e web e nelle gallerie online in cui presento i miei lavori.

Insomma è allora che ho cominciato ad imparare come si fa un book fotografico, come si fa un ritratto, come si fa un servizio fotografico matrimoniale, come si racconta una storia, insomma.

Attenzione: ho detto che cominciavo ad imparare, non che avevo già imparato…

Sono passati oltre trent’anni da quella cameretta che faceva finta di essere uno studio di posa, le tecnologie e la mia stessa testolina sono evolute (forse più le prime che la seconda…) ma è da quegli scatti -che a volte nascondono un “dietro le quinte” avventuroso e disordinato- che ancora oggi cerco di carpire l’entusiasmo che mi serve!

Cristiano Denanni prima fotocamera analogica Yashica

Da quella prima Yashica a oggi sono passati migliaia di scatti, qualche fotocamera, alcune ottiche, e la tecnologia a pellicola si è evoluta in digitale. Ma non dimentichiamo che questo non significa che la fotografia analogica sia morta. Per nulla!

Io stesso posseggo ancora oggi (e utilizzo, ogni volta che posso) una macchina fotografica a pellicola. Anche se non è più la cara Yashica, ma una Nikon FM3A, che ha ben più di vent’anni di vita ormai. Ma funziona meravigliosamente, e a vederla dimostra molti meno anni di quelli che ha (non come il fotografo, per dire…). A tal proposito, spesso mi chiedono:

perché la fotografia analogica? quale fotocamera analogica comprare? è adatta per principianti? come digitalizzare le vecchie pellicole?

Tolto il fatto che per rispondere a queste domande sarebbe probabilmente necessario un articolo (o addirittura un reportage) intero… Provo a lanciare piccoli “ami”, che eventualmente si potranno riprendere in mano e dipanare più diffusamente un’altra volta.

Perché? Perché la ami, oppure non la ami. Non ci sono (più) necessità concrete di scattare fotografie in pellicola. Costa anche più del processo digitale, ovviamente ogni pellicola ha il suo prezzo, e così lo sviluppo, la stampa dei provini, o delle fotografie vere e proprie, ecc…

Insomma, è semplice e complicato al tempo stesso dire perché scattare in analogico. Perché ti piace. Perché adori quella grana, quella pasta, e sai che sono molto differenti da quelle restituite dal sensore digitale (che il più delle volte, ormai, non restituisce più, se non in post-produzione). Per dirla con meno parole: scatti con pellicola per scelta, non per necessità.

pellicole fotografiche a colori

Quale fotocamera analogica? Nuove è molto più difficile di un tempo trovarne, ma non impossibile. Fuji ad esempio ne ha diverse nel suo catalogo prodotti. Sicuramente però il grande mercato sta nell’usato. E in questo caso c’è da sbizzarrirsi! Tra negozi con la vetrina dell’usato, mercatini, fiere e ovviamente l’online, ci sono decine di ”piazze” dove trovare prodotti. A volte datati, a volte più recenti, in ogni caso spesso sono tenuti molto bene (è chiaro che bisogna sempre prestare attenzione). Minolta, Canon, Nikon, Olympus, Leica, Yashica… le marche sono le più disparate. Le pellicole invece, a colori e in bianco e nero, si trovano molto più facilmente, nei negozi e online.

Adatta ai principianti? E’ difficile raccontarvi che ho imparato le basi della fotografia e che ho realizzato i miei primi servizi fotografici (amatoriali e poi professionali) con una fotocamera a pellicola, e poi sconsigliarle a chi deve cominciare… Eppure lo devo fare ?

Sì perché all’inizio è importantissimo fare molti esercizi, prove su prove. Tanti di questi tentativi si dovranno buttare. Ed è evidente che il digitale in tutto questo ci torna molto più utile. Ma soprattutto economico. Possiamo scattare tutte le foto che vogliamo e poi cancellare quelle che non ci interessano. Con la pellicola, inutile che vi dica, lo stesso processo avrà un costo decisamente maggiore. Quindi, facendo 2+2…

Da pellicola a digitale? Esistono gli scanner per pellicola (e/o per diapositiva). Ce ne sono di più o meno prestanti (si calcola in base alla risoluzione e alla profondità colore) e di conseguenza di più o meno cari. Oggi come oggi se non si cerca qualcosa di fascia professionale, si possono spendere cifre accettabili.

Questo era il mio scanner | Nikon Coolscan 5000 ED

Ma il mio consiglio, se non avete migliaia di negativi o di diapositive da digitalizzare, è quello di rivolgervi ad un negozio o uno studio fotografico, e farvi fare il lavoro da loro. Molti studi offrono questo servizio, in questo modo pagherete soltanto per quello che vi serve. E una volta digitalizzate, le foto potranno essere riversate su hard-disk, su chiavetta usb, su CD o DVD, ecc…

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Ma proseguiamo, venendo a un altro argomento a me molto caro…

Paradossalmente, nell’epoca dei “selfie come se grandinasse“, qualche volta mi domandano:

che cos’è e come fare un ritratto fotografico artistico?

Spesso mi chiedono anche come mai inserisco la ritrattistica nel discorso dello storytelling, cosa può avere a che fare il volto di una persona con una storia. Ebbene, la mia prima risposta è quella alla quale credo di più:

un ritratto è una storia!
Ritratto mendicante in Plaza D'Orrego a Buenos Aires
In Plaza Dorrego, quartiere San Telmo, Buenos Aires

Potremmo poi anche aggiungere che un selfie, con tutto il rispetto e con il fatto che capita di imbattersi in alcuni molto belli, non è un ritratto. Innanzitutto perché un ritratto, in fotografia, prevede un fotografo e un soggetto. Poi perché prevede la conoscenza, anche minima, di una serie di regole, di tecniche, e del cosiddetto “occhio del fotografo”. Il selfie, nella stragrande maggioranza dei casi, è l’assecondamento di un vezzo, o di un impulso diaristico. Non è peccato, sia chiaro. Ma non è un ritratto.

Potrei dilungarmi ma sono meno propenso alle questioni manualistiche che a quelle di sostanza. Quello che voglio dire è che il volto di una persona ha, chi più chi meno, una vita da raccontare. E se si cattura, se si percepisce il momento giusto, lo scatto può dirci davvero tanto. Sofferenze, speranze, paure, aperture, coraggio…

Non importa chi fotografiamo. Un ritratto, per quel che mi riguarda, deve possedere l’ambizione di essere un’arte democratica. Ecco, l’ho detto! ?

Ritratto di un guardiano alla festa degli zingari a Les Saintes Maries de la Mer
Guardiano alla festa annuale degli zingari, in Camargue, Francia

Come si fa un ritratto, si diceva? Con l’occhio, appunto, con attenzione. A volte c’è bisogno di pazienza, a volte di prontezza, a volte di empatia col soggetto ripreso, sicuramente di esperienza. Sì perché tutti coloro che hanno qualcosa da raccontarci, potrebbero farlo quando meno ce lo aspettiamo… non dimentichiamo mai che il racconto di qualcosa è anche, implicitamente, un dialogo continuo fra colui che racconta e colui che si fa raccontare.

Per il resto, può andar bene un luogo all’aperto, una caffetteria, un appartamento, un angolo, uno studio, un divano, un balcone. Insomma, come si sarà capito, non esiste una location preferibile. Dipende molto da come ci siamo accordati col soggetto. Oppure, alle volte, esattamente all’opposto. Nel senso che può capitare che un grande ritratto scaturisca dalla sorpresa, o addirittura da una disattenzione di chi stiamo ritraendo. Il quale, magari, potrebbe ignorare che in quel dato istante lo stiamo immortalando!

Si coglie che sono un amante della ritrattistica fotografica? ?

Ebbene, ho deciso di raccontare della mia prima reflex analogica e della mia cameretta per ricordarmi l’entusiasmo e l’ispirazione, la fatica, il disordine, l’approssimazione e la voglia di fare qualcosa di bello (quando si riesce…), perché, come si diceva, è necessario trovare il modo di smettere una certa consuetudine, smettere la scontatezza, è necessario chiedersi sempre che cosa si sta facendo, e perché, e se se ne ha sempre e ancora bisogno. E cambiare approccio, cambiare logiche, cambiare scopi, se necessario. Per evitare la tristezza di eseguire soltanto un mestiere, un ordine prestabilito. Non deve essere così. Dobbiamo riuscire a scegliere ciò che vogliamo. Anche se, molte volte, è molto più semplice lasciarci fare, che fare.

ritratto in bianco e nero alla festa dei gitani in Camargue Francia
Bambino alla festa dei gitani di Les Saintes Maries de la Mer, in Camargue

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